The Hand of God

The Hand of God ★★★★★

In È stata la mano di Dio ci sono quei pranzi di famiglia in cui ti sedevi al tavolo dei grandi e guardavi con occhi stralunati e pieni di ammirazione tuo padre tenere banco, dire qualcosa di sagace, fare la battuta a cui tutti ridevano.
Ci sono i momenti in cui soffrivi per tua madre che soffriva, e poi lei cercava in tutti i modi di consolarti, di sostenerti, e bastava il suo sorriso e una cosa semplice, tipo la zuppa di latte o cose così.
C'è l'adolescenza: periodo tremendo, feroce, in cui sei fragilissimo, in cui ragioni più con gli ormoni che con i neuroni e ti ritrovi a provare attrazione per qualsiasi cosa senza capire bene cosa ti sta succedendo; attrazione anche (soprattutto) del proibito e dell'irrazionale, magari per quella zia che ti sembra una dea.
C'è quello zio un po' saggio, un po' bizzarro, che ti dice una stronzata fuori luogo nel momento peggiore della tua vita. Una stronzata talmente grande che ti lascia di stucco, tanto che lì per lì non hai nemmeno la forza di dirgli "Zio, ma che cazzo dici!". Una stronzata che ti resta, che ti si sedimenta dentro, e che qualche anno dopo non ti sembra più così tanto una stronzata (e magari diventa il titolo del tuo miglior film).

Il tuo, il nostro vissuto, al quale Paolo Sorrentino somma il suo, raccontandolo come sa far lui, colorando la realtà con stravaganze per farla sembrare più reale del reale.
La tragedia, il dolore, una libertà che tutti agognano ma che se arriva così, in una maniera irricevibile, non sai bene che fartene e vorresti solo tornate indietro a quando qualcuno prendeva certe decisioni per te.
E poi ci sono facce e corpi lontanissimi dallo standard, agli antipodi del patinato. Facce e corpi che il nostro cinema non mostra quasi mai: brutti, deformati, truccati male, vestiti peggio, volgari, grassi, cadenti. In una parola: bellissimi.
E poi c'è Napoli.