Atonement ★★★

Referring to graduates, like McEwan, of the University of East Anglia's famous creative writing course, Josipovici said: "They all tell stories in a way that is well crafted, but that is almost the most depressing aspect of it — a careful craft which seems to me to be hollow." (from The Guardian)

Di Ian McEwan ho letto solo un romanzo, diverso tempo fa, in lingua originale (The children act): non posso giudicare l'autore, ma non posso nemmeno negarmi di provare a rifletterci su, visto che questo film mi ha lasciato con delle sensazioni davvero simili a quelle che, a memoria, ricordo di aver provato terminando quel libro. Sentivo che l'autore era riuscito, come ora, a suscitare, a strappare da me un'emozione centrale, ma che l'aveva (e l'ha) fatto non mediante la forza della trama, o la caratterizzazione dei suoi personaggi, o i temi che ha affrontato, bensì attraverso una sorta di esagerazione, di continua espansione del nucleo di partenza, rendendo sempre più chiaro ciò che già era chiaro, spiegandolo e approfondendolo con insistenza, come se si appellasse alla sensibilità di chi legge, come se considerasse il lettore un ottuso, come se volesse arrivare proprio a tutti, come se fosse in piedi, di spalle a chi legge e chi guarda, occhi puntati e cerchiati, pronto ad instillare il senso di colpa se, dopo l'ennesimo giro della storia su sé stessa, lo spettatore non fosse convinto – pure, costretto – all'emozione che aveva architettato, ecco accusandolo di non aver cuore, ecco gridandogli che non può non piacere ciò che piace. E in La ballata di Adam Henry mi commossi, certamente, in un punto di un fitto e lancinante dialogo, ma il resto mi era parso un esercizio nel vuoto, con l'architettura della storia nuda e scolastica, perfino banale tanto da darmi noia, che quando seppi di un film tratto proprio da quell'opera mi tornò quella noia, forte come allora, e mi promisi di non vederlo, e non l'ho ancora fatto, ma lo farò, perché ora lo devo capire questo McEwan che mi pare di capire.

Ma come si può confrontare un romanzo con un film, l'uno e l'altro responsabili unicamente verso loro stessi, per di più non legati da nulla senonché l'autore dell'uno è lo stesso della fonte dell'altro? Non prendo in considerazione il libro da cui è tratto e lo metto in paragone al film; è una diatriba che mi sembra sempre più priva di senso: non mi interessa capire se la trasposizione sia fedele o meno, tanto più che leggo che il film semplifica, snellisce i conflitti, i piccoli cambi nella psicologia dei personaggi che nel romanzo paiono essere affatto repentini ed ostinati, e non posso dire oltre, posso solo fidarmi. Non lo so, quindi, se questo lavoro perde di qualità rispetto all'opera originale, ma non mi importa, qui. Tornando alla domanda iniziale: sì, si può, con le regole del fair play, andando ai fondamentali.

Sia il romanzo che questo film hanno una trama scarna, semplicissima, cattiva, nel senso che resiste nonostante la sua esilità per merito (direi colpa) di un avvenimento o una condizione crudele che si impone diretta allo spettatore, quasi obbligandolo a sentirsi partecipe di ciò che deve avvenire. Ottenuto questo a forza—facendo diventare Briony il nemico e il "perché?" dello spettatore, il film non si preoccupa di come viene costruita la storia d'amore, sbagliando a mio avviso sin dall'inizio. La banalizzazione e semplicioneria di tale love story, che inizialmente pare solo accennata, diventa evidente quando la pellicola cerca di costruire su di sé una serie di eventi sempre più totalizzanti che, per loro stessa natura, devono essere presi sul serio nella loro tragedia, e quindi schiacciano, invece di amplificare e approfondire, il filone principale della trama, che diventa paradossalmente secondario, un espediente per buttare in faccia allo spettatore la finale crudeltà. Lo sceneggiatore manipola i personaggi, considerati poco più che figure da sacrificare con distacco e a piacere, per condurre la storia ad un effetto a sorpresa, anch'esso costruito a fatica perché occorre spiegare e spiegare e spiegare e convincerci a fidarci, cosicché anche noi possiamo essere un po' di più l'autore e la sua mente, anziché la sua storia e la vita dei suoi protagonisti. Allo stesso modo, nel romanzo che ho citato all'inizio, Henry è un bambino senza qualità, e l'avvocato di riferimento è uno stereotipo dell'upper class forzatamente inumano, ma quello che diventerà il suo assistito si trova di fronte ad una sfida crudele, e allora ecco di nuovo che bisogna interessarsene, pena il timore di sbrigatività di cuore.

Invece di approfondire e scavare e raccontare il nero abbondante delle vite di coloro che vengono messi in scena (e da cui si poteva veramente trarre molto di più), il film si accontenta di piccole svolte che scioccano chi è abituato al fastidio di superficie, alla grazia che deve accompagnare comunque la momentanea rovina di un equilibrio, e soprattutto si accontenta di chiudere i giochi trasformando il Male (ingenuo, o consenziente, o mezzo e mezzo, andava certo meglio esplorato) in miseria, l'epopea in vanità e finzione.

Su una cosa, soprattutto, sono d'accordo con le recensioni entusiastiche: il piano-sequenza a Dunkirk spazza via il lavoro omonimo di Nolan, facendolo veramente diventare coprotagonista e non mera sensazione del contingente. Ma un grande lavoro su o con Dunkirk, a parer mio, non si è ancora visto, e Wright pare non aver imparato la sua stessa lezione in The Darkest Hour. Quattro lavori di questo regista visti, e tre buoni, uno no (Hanna), ma non di più. Un bravo esecutore con qualche intuizione poetica, aiutato da una fotografia sempre ottima. Non di più.

Francesco liked these reviews